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Percepire il fotografo dietro l’immagine: intervista ad Alain Schroeder / #URBANinsights

 

Quarto appuntamento con #URBANinsights, una serie di interviste e approfondimenti esclusivi dedicati ai vincitori di URBAN Photo Awards. Dopo Harry Giglio, Beniamino Pisati e Valeria Sacchetti, diamo spazio ad Alain Schroeder, “Best Author” di URBAN Photo Awards nel 2019 e nel 2020.


Ciao Alain, grazie per aver trovato del tempo da dedicarci. Come ti presenteresti a chi ancora non ti conosce come fotografo?
Sono diventato fotografo professionista nel 1979 dopo aver completato i miei studi in Belle Arti e Fotografia in Belgio. Ho iniziato come fotografo sportivo e nel 1989 ho fondato la Reporters Photo Agency con altri due fotografi. Negli ultimi 40 anni mi sono imbattuto in tutti i tipi di fotografia e ho dovuto imparare tutti gli aspetti amministrativi e finanziari sulla gestione di una società di medie dimensioni. Intorno al 2000, gli affari hanno cominciato a cambiare a causa di Internet e a causa dell’ascesa delle fotocamere digitali. La concorrenza è aumentata non solo a causa di altre agenzie di fotografia, ma anche perché quasi tutti potevano vendere o provare a vendere immagini, e quindi i prezzi sono scesi. Questa rivoluzione ha colpito anche le riviste e i giornali e i soldi sono improvvisamente scomparsi. Le riviste non offrivano più né incarichi né garanzie e siamo stati costretti ad esplorare altre fonti di reddito come le comunicazioni d’impresa, i video ecc.
Come fotografo sportivo, ho fotografato i tornei di calcio della Coppa del Mondo e i Giochi Olimpici, ma ero specializzato nel tennis, così ho lavorato come fotografo al Roland Garros, a Wimbledon e gli US Open molte volte in 15 anni (più di 500 copertine). Poi è arrivato un periodo in cui ho lavorato su libri fotografici: 30 libri su diversi paesi e città tra cui Cina, Persia, Thailandia, Toscana, Creta, Vietnam, Budapest, Venezia… libri d’arte sul Rinascimento, sulla Roma antica, sui giardini e sulle abbazie europei, sui siti naturali d’Europa e altri libri sul belgio tra cui: “Le Carnaval de Binche vu par 30 photographes” e ” Les Marches de l’Entre-Sambre-et-Meuse, Processions de Foi “. Ho anche lavorato per National Geographic, Geo, Paris-Match.
Nel 2013 ho deciso di vendere le mie quote e di lasciare l’azienda. Sono di nuovo un fotoreporter freelance che viaggia per il mondo alla ricerca di storie. Internet ha dato nuove opportunità ai fotoreporter, tra cui più concorsi con premi in denaro, piattaforme di crowdfunding per progetti, opportunità di finanziamento, mostre e vendite di foto online.

Voglio congratularmi con te per i tuoi progetti fantastici. Nel 2016 ti sei classificato al primo posto nella parte Projects&Portfolios agli URBAN Photo Awards con il progetto “Kushti”. Per due anni di seguito (2019 e 2020) sei stato nominato “Miglior autore” del concorso. Quest’anno mi sono piaciuti particolarmente due progetti dedicati alle miniere di carbone di Toretsk in Ucraina e di Pniówek in Polonia. Ci può raccontare il “dietro le quinte” di questi scatti?
Grazie.
Sono andato in Polonia come turista verso la fine del 2019. Ci ero già stato 30 anni fa e volevo vedere quanto fosse cambiato il Paese. Uno dei miei desideri era quello di visitare le miniere di carbone in Slesia. Era dicembre e dai camini fumavano sfumature gialle e nere. Una delle ONG a Cracovia che ho contattato è riuscita un po’ a sensibilizzare i cittadini sui pericoli della combustione del carbone in quella regione.
Avevo due idee per la storia: l’inquinamento in inverno e le ultime miniere in Europa. Poi ho incontrato una giornalista polacca molto disponibile che è stata in grado di ottenere un permesso per fotografare in diverse miniere. Per puro caso, lei anche stava lavorando su un argomento simile in Ucraina, così qualche settimana dopo abbiamo preso il treno da Varsavia a Kiev e poi fino a Toretsk nel Donbass in Ucraina orientale. La storia di Toretsk sarà pubblicata sul National Geographic olandese/belga a marzo 2021. Ho avuto il permesso di fotografare nella miniera di Toretsk, ma non è stato facile perché i minatori non volevano essere fotografati. Ho avuto letteralmente solo pochi secondi per fotografarli e cioè nel momento in cui sono usciti dal pozzo per attraversare una sorta di terra di nessuno a -10° C. Nello spogliatoio solo alcuni di loro sono stati felici di vedermi e mi hanno lasciato lavorare. Naturalmente ho fatto attenzione a non mostrarli nudi, ma avevo bisogno di essere nella loro intimità per catturare l’atmosfera. Dal punto di vista tecnico, è stato molto difficile perché tutto era abbastanza buio, ma sapevo che il potenziale per ottenere qualche immagine c’era. Ho passato 6 giorni in miniera e ogni giorno mi sono concentrato su uno scatto particolare. Alla fine, ne ho ricavato una serie interessante anche se mancava una foto e per motivi di sicurezza non potevo scendere nel pozzo (1124 metri) per fotografare il processo di estrazione. Credo di essere particolarmente interessato alle miniere perché sono cresciuto a Liegi, una città della Vallonia, la regione industriale del Belgio. Verso il 1965 (avevo 10 anni) ricordo che facevamo lezione sulle miniere di carbone della zona, sul modo di lavorare, sulle attrezzature e inoltre, da bambini giocavamo a calcio vicino ai mucchi di scarti, quindi in un certo senso fa parte delle mie radici.

Sei un viaggiatore instancabile. Dall’Indonesia (“Saving Orangutans”, vincitore del World Press Photo) al Kirghizistan (“Dead Goat Polo”), passando per le due Coree (nel 2020 in mostra al Trieste Photo Days). C’è un Paese che ti ha colpito più di altri? Ci sono paesi che non hai ancora visitato e che vorresti fotografare?
Sì, l’Afghanistan nel 1974. Venendo dal confine iraniano, sono arrivato in Afghanistan nel tardo pomeriggio. La strada principale e polverosa di Herat (Afghanistan occidentale) era retroilluminata dal sole. Vedere uomini col turbante, carri trainati da cavalli e donne col velo è stato magico, è stato come entrare in un’altra dimensione. Non mi è capitato spesso un cambiamento di scenario così totale. Era come viaggiare indietro nel tempo fino al Medioevo. In Afghanistan ci sono tornato più volte, l’ultima volta nel 1978, un anno prima dell’invasione russa, e poi la guerra mi ha impedito di tornarci per 30 anni fino al 2015 quando ci sono tornato per qualche giorno passando per il Tagikistan. Non è cambiato nulla. La gente è sempre così accogliente. È un Paese congelato nel tempo.
Infatti, per rispondere alle tue domande, sono tornato in Kirghizistan per finire la storia di Dead Goat Polo. Questa volta con delle foto del gioco che si svolge nella neve.
Sto anche pianificando di andare in Giappone nel 2021. Non ci sono mai stato e non vedo l’ora di andarci.

È mai successo qualcosa di strano mentre scattavi una foto, una situazione strana o qualcosa che ti ha sorpreso?
Probabilmente girando la serie Living for Death a Sulawesi in Indonesia, dove la gente pulisce i cadaveri dei propri familiari: rimuovono le bare dai loro luoghi di sepoltura e le aprono. I cadaveri vengono puliti, asciugati al sole e vengono messi loro dei nuovi vestiti e la tristezza si mescola ad un’atmosfera tutto sommato felice e che avvolge la gente in questi momenti di vicinanza ai propri cari e di venerazione degli antenati. Molto strano, ma molto interessante.

Da quanto tempo fotografi? Perché hai scelto la carriera di fotografo professionista? Come ti sei interessato a questo mestiere? Ci racconti del tuo primo scatto?
Quando avevo 16-17 anni, ho passato molto tempo in biblioteca a leggere libri sull’arte. Quando ho visto tutti i libri che avevano sulla pittura, il bibliotecario mi ha dato dei libri di fotografia. Uno era la famosa rivista francese Photo e la prima storia che mi è piaciuta e che ricordo è stata fatta da un fotografo giapponese, Kishin Shinoyama. Era una rivista molto interessante perché in un solo numero mischiava tutti i tipi di fotografia: moda, documentario, viaggi, guerra, lavoro personale. Dopo di che, ho scoperto un’altra famosa rivista chiamata Zoom e tutti i fotografi classici come Cartier-Bresson. Sono rimasto affascinato e sono passato immediatamente dalle belle arti ai corsi di fotografia. Mentre studiavo, con pochi soldi ho viaggiato in Afghanistan e sono diventato viaggio-dipendente. Il viaggio e la fotografia erano la combinazione perfetta, ma non era facile guadagnarsi da vivere così. Naturalmente ci vuole sempre un po’ di fortuna e per me è arrivata per caso sotto forma di fotografia sportiva: mi era stato chiesto di sostituire un fotografo di tennis che era malato. All’inizio, non volevo farlo perché non avevo i giusti obiettivi (teleobiettivi), ma la rivista aveva la sua attrezzatura, quindi non potevo rifiutare. Da tennista di lunga data, sapevo subito cosa fare e ho catturato la palla in quasi tutte le foto. Il direttore è rimasto impressionato e mi ha assunto. Quello è stato l’inizio della mia carriera professionale e da allora non ho mai smesso di lavorare.

Come descriveresti il tuo stile? Quali fotografi ti hanno influenzato?
Mi piace Koudelka per la poesia delle sue immagini, Alex Webb per il suo uso del colore, Raghu Rai un fotografo indiano, Guy Bourdin e Steve Hiett nella moda, ma sono più colpito da una foto o da una serie piuttosto che da un fotografo. Ho dimenticato di menzionare Eugene Smith che ha avuto la maggiore influenza sul mio processo di editing, la sua capacità di cogliere il momento in cui scattare la foto e poi di scegliere le foto giuste e metterle nel giusto ordine per raccontare una storia. Adoro la sua serie Spanish Village, un capolavoro.
Mi piacciono fotografi in molti campi diversi, purché mostrino il mondo attraverso i loro occhi e che abbiano una forte personalità. Mi piace quando si percepisce il fotografo dietro l’immagine, non solo il soggetto. Per quanto riguarda il mio stile, non lo so. Se ho uno stile te lo lascio descrivere.

Ci descriveresti il tuo processo creativo? Come scegli il soggetto delle tue foto, cosa cerchi di catturare? Cosa cerchi e cosa attira di più la tua attenzione? A cosa ti ispiri?
Negli anni 70 ho imparato a fotografare con diapositive in bianco e nero e a colori e macchine fotografiche analogiche. Conosco molto bene le tecniche, ma da allora sono stati fatti così tanti miglioramenti tecnici che di solito metto la mia fotocamera su S (così posso scegliere la velocità). Ho studiato belle arti e nel corso degli anni ho sviluppato un buon senso per l’inquadratura dell’immagine. So istintivamente dove dovrei mettermi per ottenere gli scatti migliori in una determinata situazione. La fotografia non è fatta dalla macchina fotografica, ma un po’ dagli occhi e soprattutto dal cervello. Mi piace una citazione di Picasso in cui qualcuno gli chiede quanto tempo ci è voluto per realizzare un particolare dipinto e lui risponde 60 anni. All’epoca aveva 60 anni. Tutto è in quella risposta. Allo stesso modo, in fotografia è il modo in cui si scattano le foto, è l’editing ed è la postproduzione. Le tue fotografie sono quello che sei, non puoi sfuggire. La scelta di un soggetto è caotica, casuale, irrazionale. Posso scegliere tra centinaia di possibilità, ma questi 40 anni e più di esperienza mi hanno condotto a certe storie. È difficile spiegare perché scelgo una storia piuttosto che un’altra. Probabilmente ho bisogno di uno psicoanalista per spiegarlo 😉

Raccontaci del tuo scatto più difficile. E quale consideri il tuo progetto migliore?
“Kid Jockeys” in Indonesia non è stato facile da progettare. Non c’erano quasi spettatori e solo 4-5 fantini per gara. Ho dovuto davvero pensare a quale potesse essere la mia storia. Man mano che passavo sempre più tempo in pista, ho iniziato a perfezionare il mio approccio alla serie. All’inizio pensavo che fosse tutto incentrato sullo sport, ma ho scoperto tutti i rituali associati che non conoscevo all’inizio. Ho modificato le mie immagini per esprimere il filo conduttore della storia. Mi ha colpito anche il contrasto tra lo stile di vita indonesiano moderno quindi tra questa usanza locale e il modo in cui scelgono di vivere la passione con i loro cavalli. La tradizione delle corse di cavalli a Sumbawa non è mai cambiata nel corso di un secolo.
L’unico aspetto che non mi è piaciuto molto è che non indossano il casco. A piedi nudi e scalzi va bene, ma si sa (o si dovrebbe sapere, pur avendo le cure sanitarie) che quasi inevitabilmente i fantini cadranno. E quando ciò accade, un casco potrebbe salvare la vita di un bambino o almeno limitare i danni della caduta. Ebbene, gli adulti dovrebbero sapere…
A volte le cose non si sistemano facilmente. Per la mia ultima storia, Saving Orangutans in Indonesia (pubblicata nel numero di agosto 2019 del National Geographic olandese/belga), ho cercato per un anno (scrivendo) di ottenere il permesso di fotografare. Senza alcuna risposta positiva, ho deciso di andare a Sumatra dove ci sono voluti altri due mesi per relazionarmi, ottenere un permesso specifico e superare gli esami medici richiesti. Quando finalmente sono arrivato dove volevo, ci sono voluti altri tre mesi per ottenere gli scatti che volevo. La preparazione è importante, ma la pazienza e la perseveranza sono fondamentali.
Nessun progetto migliore. Non posso davvero rispondere a questa domanda.

Che attrezzatura usi? Dedichi molto tempo all’editing delle tue immagini?
Fuji XPRO 2 e ora Fuji XT4.
Se per editing intendi scegliere l’immagine giusta da mettere nel giusto ordine per la serie, sì. Mi tormento per settimane su quali immagini saranno le 10 vincitrici per la selezione finale e spesso devo lasciare fuori le migliori. Per fare un esempio, nella serie Orangutan (che ha vinto un premio World Press in Nature Stories) non ho scelto l’immagine del piccolo orangotango deceduto e questa poi ha vinto un premio World Press in Nature Single Shots.
Riguardo il processo, scelgo da 15 a 20 scatti che insieme funzionano e cerco di metterli in un ordine coeso. Quando ha senso e sento di avere una buona storia, inizio il lavoro di post-processing. Dopo di che, scelgo altre 20 immagini per ampliare la selezione. È possibile raccontare storie diverse in base all’editing.
Ho imparato il post-processing con le pellicole in bianco e nero. Stampavo con un ingranditore usando, a volte, l’acqua calda per accelerare lo sviluppo della pellicola oppure sviluppavo alcune parti con un pennello, esponendo altre più a lungo o il contrario ecc. Oggi tutte queste tecniche sono già su Photoshop. La differenza è che ora si può lavorare in un bar sorseggiando caffè invece di usare decine di fogli di carta per ottenere l’effetto che vuoi. Ma quelle ore, quei giorni e quelle notti passate in camera oscura mi hanno aiutato molto. So subito cosa si dovrebbe fare su una data foto. La migliore post-elaborazione è quasi invisibile. Nessun approccio esagerato nella post-elaborazione cambierà radicalmente la luce. Quando questa non è buona, basta aggiungere un gioco di luce sopra l’immagine. Il grande pubblico potrebbe non vederlo o capirlo come un trucco, ma i professionisti sì. Oltre a questi aspetti più tecnici, l’importante è scattare una buona foto. Il resto (la tecnica) è facile da imparare. In più, i tecnici della macchina fotografica sono assolutamente brillanti, mi piace il modo in cui rendono la nostra vita (come fotografi) più facile. Pensa a quanto è stato difficile ottenere un’esposizione perfetta per le diapositive 25 anni fa, e non c’era modo di salvare un’immagine sovraesposta all’epoca, era direttamente spazzatura anche se era un grande scatto. Oggi c’è più pressione per la qualità delle storie che per la tecnica. E il livello complessivo dei fotografi e dei fotogiornalisti professionisti è molto più alto rispetto a prima.
Mi piace raccontare storie in modo personale e visivo. Cerco di essere imparziale nel senso che non voglio fuorviare il pubblico su ciò che ho visto, ma cerco sempre di fotografare in modo più personale per quel che riguarda l’inquadratura, l’uso del colore o del bianco e nero. Gli scatti di una serie fanno comprendere meglio la storia. In generale, non sono un fotografo da un solo scatto. Penso già alla serie e l’editing è la chiave. Si può raccontare una storia o l’altra in base a dove si vuol porre l’accento.
Le riviste chiedono più o meno 30 foto e se le editano a modo loro e quindi quello che avevi in mente non sempre viene espresso. Spesso vanno a caccia di scatti che sono dei cliché, o a volte non riconoscono le immagini migliori. In questi casi, io suggerisco una selezione diversa e di solito mi ascoltano.

Quali sono i tuoi progetti per il futuro? A cosa stai lavorando ora?
Come molti fotografi, i miei progetti sono stati interrotti dal Covid-19. Sono venuto in Kirghizistan all’inizio di marzo 2020 per scattare alcune storie e sono dovuto rimanere fino ad agosto. Sono tornato in Europa per qualche mese e ora sono di nuovo in Kirghizistan fino alla fine dell’anno e sto lavorando alla serie Dead Goat Polo con le immagini del gioco scattate sulla neve. Spero di andare in Giappone e in diversi altri posti nel 2021. Vedremo quali parti del mondo apriranno i confini…

Che consiglio daresti a un aspirante fotografo che vuole trasformare la sua passione in un lavoro?
Cominciamo con i consigli che non ho ricevuto da giovane: ho iniziato a studiare fotografia nel 1971, avevo ottimi insegnanti di tecnica B&N (naturalmente analogica all’epoca, il che mi ha aiutato molto nel corso della mia carriera) ma purtroppo nessuno nel campo del fotogiornalismo, ho dovuto impararlo da solo quando ho iniziato come fotografo sportivo. Per fare un esempio, durante le vacanze estive del 1974, ho fatto l’autostop dal Belgio all’Afghanistan attraversando l’Europa, la Turchia, l’Iran e l’Afghanistan per il mio progetto scolastico finale. Lungo il percorso ho fotografato le persone di tutti quei paesi, ma ho “dimenticato” di creare una storia sugli hippie allora ventenni che avevano iniziato a viaggiare per il mondo. All’epoca non capivo il valore giornalistico di quella storia particolare perché non avevo un background da fotoreporter, ma solo un approccio estetico alla fotografia.
Per dare consigli, devo condividere un’esperienza interessante che ho avuto quando ero un fotografo sportivo. Sono stato invitato per molti anni a partecipare alla realizzazione del libro “Roland Garros visto dai 20 migliori fotografi di tennis del mondo” gestita da Yann Arthus-Bertrand, il famoso regista e fotografo francese. Nell’area ristretta del Roland Garros, l’idea era che ogni giorno 20 fotografi dovevano portare ogni giorno delle foto che sarebbero state immediatamente esposte. Yann avrebbe selezionato le migliori per il libro. Alcuni giorni non riuscivi nemmeno a vedere le tue foto esposte! Ogni giorno i tuoi colleghi facevano delle foto valide e tu non avevi fotografato niente di speciale. Potevano aver trovato una nuova posizione, un nuovo modo di vedere le cose da una prospettiva più alta o potevano aver scattato foto di notte dopo le partite, ecc.
Che cosa significa? Le foto sono lì, esistono. Bisogna chiedersi: come si può fare una buona foto e dove è il posto migliore? Poi trovi il posto e aspetti il momento giusto (voglio dire aspettare che accada, non provocarlo). Quindi so che le foto “esistono” in un certo senso, e se non le trovo io, un altro fotografo nello stesso posto troverà il modo di rivelarle. C’è sempre una buona foto da scattare, basta lavorare sodo per ottenerla. Questa idea non mi abbandonerà mai.

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