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Seguire le storie che ti lasciano qualcosa dentro: intervista a Valeria Sacchetti / #URBANinsights

Terzo appuntamento con #URBANinsights, una serie di interviste e approfondimenti esclusivi dedicati ai vincitori di URBAN Photo Awards. Dopo Harry Giglio e Beniamino Pisati, diamo spazio a Valeria Sacchetti, vincitrice nel 2020 dell’URBAN Book Award con il progetto Journey to the Lowlands, selezionato da Nick Turpin.


Buongiorno Valeria, e grazie per il tempo che ci concedi. Come ti presenteresti a qualcuno che non ti conosce ancora come fotografa?
Buongiorno, grazie a voi. Penso gli direi che ho uno spirito nomade ma con radici molto salde e che la macchina fotografica rappresenta il modo giusto per assecondare questo bisogno di spostarsi e di muoversi sia dentro i propri luoghi che fuori da essi. Uno dei posti a me più cari è il sud America perché ho viaggiato e vissuto tra Cile, Argentina e Messico .Amo molto anche i paesi dell’est europeo, soprattutto la Bosnia,. Ho vissuto in due grandi città che mi hanno dato l’opportunità di formarmi come studente di fotografia, da giovane a Parigi e poi a Roma.

Volevo farti i complimenti a nome di dotART per “Journey to the Lowlands”, il progetto vincitore dell’URBAN Book Award, scelto da Nick Turpin. Puoi raccontarci il “dietro le quinte” di quel progetto?
Grazie, è stato emozionante. Il lavoro nasce tempo fa, nel 2013, ero tornata da un paio d’anni a vivere nella bassa e ho cominciato a voler documentare la vita di qui. All’inizio mi ero concentrata solo sulle famiglie, poi ho cominciato ad ampliare lo sguardo verso il paesaggio circostante che rispecchia anche i suoi problemi oltre che la sua bellezza e mi sono trovata coinvolta in qualcosa di molto diverso dall’idea originale.

Da quanto tempo fotografi? Com’è nato il tuo interesse per la fotografia?
Il mio interesse per la fotografia nasce in casa perché le fotografie sono sempre state un veicolo di trasmissione nella vicende e atmosfere della mia famiglia.
Nel 2000 sono partita per il Cile dove ho conosciuto un gruppo di donne  che avevano combattuto durante la dittatura di Pinochet e una volta uscite dal carcere avevano fondatoo la Ong Anaclara.
Da quell’incontro nacque la mia prima vera storia fotografica.

Ti è mai successo qualcosa di strano mentre scattavi una foto, una situazione insolita o qualcosa che ti ha sorpreso?
Un pomeriggio a Baghdad mi trovavo per strada, insieme ad un’altra fotografa. Per imprudenza attraversammo un ponte a piedi, l’Iraq era ancora sotto l’embargo americano e i ponti erano obiettivi sensibili. Ci presero e ci portarono in caserma, poi ci rilasciarono a patto che lasciassimo lì i rullini. Nei giorni successivi convinsi una guida irakena che viaggiava con noi a tornare in caserma per averli. La polizia accettò a patto che venisse con noi a svilupparlo. Mi ricordo che uno dei poliziotti si tenne una foto scattata per strada, di un lustrascarpe.

Come descriveresti il tuo stile fotografico? Quali sono i fotografi che ti hanno influenzato?
“Revelations” di Diana Arbus, “Carnival stripper “di Susan Meiselas , “Il medico di campagna” di Eugene Smith, “Gitans” di Koudelka, la New York di Helene Levitt vista in una grande mostra al Palais de la photo di Parigi, tutti i lavori di Bruce Davidson ,“ The ninth floor” di Jessica Dimmock, un libro meraviglioso del fotografo messicano Antonio Turok dedicato al movimento zapista del Chiapas e tanti altri. Sono tutti libri che ho amato tantissimo di fotografi che mi hanno folgorato e che continuo a sfogliare nel tempo.

Di solito lavori su progetti di lungo corso o ti concentri sui singoli scatti?
A me piace lavorare su storie che abbiano un loro percorso nel tempo e inevitabilmente sono progetti a lungo corso.

Potresti descriverci il tuo processo creativo? Come scegli i soggetti delle tue foto / progetti, cosa cerchi di catturare? Cosa cattura di più la tua attenzione? Come ti ispiri
Quello che cattura di più la mia attenzione sono le vicende storiche di un popolo, ho sempre amato la storia della seconda guerra mondiale, la nascita del fascismo, del nazismo , della Resistenza, le centinaia di storie sulle delle dittature del sud America e sulla guerra dei Balcani, da lì nasce il desiderio di partire e conoscere la sua umanità.

Parlaci dello scatto più difficile che hai mai realizzato. E quale consideri la tua migliore fotografia / progetto?
Quello di un bambino morto di malattia e inedia in Irak, soprattutto per le circostanze in cui mi sono trovata. Un infermiere improvvisamente mi ha preso per il braccio e mi ha portata in questa stanza dove su una barella di ferro giaceva un corpo, lui mi aveva chiamato per documentare questa morte, sono rimasta scioccata per giorni.
Uno dei progetti a cui tengo e ho tenuto di più è un libro fotografico sulla Resistenza uscito nel luglio del 2016  la casa editrice Artestampa di Modena mi ha stampato il lavoro realizzato in quasi anni di interviste e fotografie, è stato sicuramente uno dei lavori più emozionanti che abbia fatto.

Che attrezzatura usi? Passi molto tempo a editare e post-produrre le tue immagini?
Lavoro sempre con Nikon, adesso ho una D4S e uno zoom 24-85 Nikkor.
Passo molto tempo ad editare le immagini, anche intere giornate, ma non a postprodurle.

Quali sono i tuoi progetti per il futuro? A cosa stai lavorando adesso?
Dal 2019 sto lavorando a una storia fotografica di una famiglia cilena/argentina, che ha vissuto due dittature, la desaparecion di un figlio, di una nuora e di una nipote, quest’ultima cercata per vent’anni dalla nonna di Plaza de Mayo, Buscarita Roa e restituita alla legittima famiglia dopo un processo storico che mise in discussione anche la legislazione argentina.
La storia della famiglia prosegue oggigiorno, ne fanno parte moltissimi figli, nuore, nipoti vicini e lontani, che vivono tra il Nord e il Sud America.

Che consigli daresti a un aspirante fotografo che volesse trasformare la sua passione in un lavoro, o perlomeno in un’attività svolta in maniera professionale?
Credo nell’importanza di raccontare storie interessanti e quindi mi sento di dire di seguire quelle che vi ispirano e vi lasciano qualcosa dentro. Lavoro come insegnante nella scuole superiori e questo mi permette di conciliare il lavoro fotografico, non sono quindi una fotografia che vive solo di fotografia.

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