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Raccontare l’anima di un luogo: intervista a Beniamino Pisati / #URBANinsights

Secondo appuntamento con #URBANinsights, una serie di interviste e approfondimenti esclusivi dedicati ai vincitori di URBAN Photo Awards. Dopo Harry Giglio è il turno di Beniamino Pisati, che nel 2020 si è aggiudicato il primo premio della categoria Projects & Portfolios con “Up There”, selezionato da Rebecca Norris Webb.


Buongiorno Beniamino, e grazie per il tempo che ci concedi. Come ti presenteresti a qualcuno che non ti conosce ancora come fotografo?
Sono un fotografo che si occupa di reportage di viaggio, mi piace raccontare l’anima di un luogo attraverso le immagini. Questo è ciò che cerco di fare.

Volevo farti i complimenti a nome di dotART per “Up There”, il progetto vincitore di URBAN 2020 Photo Awards, scelto da Rebecca Norris Webb. Puoi raccontarci il “dietro le quinte” di quel progetto?
Il lavoro sulla pastorizia in Valtellina, la valle in cui vivo, è stato portato avanti a pochi chilometri da casa. Era il 2009 Volevo organizzare dei workshop sugli alpeggi, ho fatto una serie di sopralluoghi per verificare le situazioni e mi sono subito appassionato a questo mondo e alla sua gente, sentivo un forte legame che andava oltre il semplice documentare. Con il passare degli anni ho visitato diversi alpeggi e conosciuto decine di alpeggiatori, cercando di trascorrere tempo con loro ascoltando le loro storie, documentare tutte le situazioni di lavoro. Negli ultimi due anni ho cercato di focalizzare il mio lavoro sul rapporto tra uomo e ambiente, qualcosa di avvertibile e imprescindibile quando si vive e lavora in queste zone, i segni del passato sul territorio dimostrano che questo legame ha radice profonde, radici in cui ancore scorre la linfa delle tradizioni e dell’identità culturale. Lavorare vicino a casa e quindi dedicare il giusto tempo ad una realtà, ritornandoci più volte, è molto importante se si vuole dare spessore ad un lavoro.

Da quanto tempo fotografi? Com’è nato il tuo interesse per la fotografia?
In realtà quando ero piccolo volevo fare il veterinario, non perché amassi particolarmente gli animali, ma perché alla fine degli anni ottanta in tv andava in onda la pubblicità dell’Amaro Montenegro, veterinari che a bordo di fuoristrada o aerei salvavano animali in difficoltà, ci vedevo qualcosa di avventuroso e coinvolgente. Ho pensato poi che fare il fotografo e viaggiare potesse in qualche modo emulare quelle avventure, leggevo National Geographic ed ero affascinato dai servizi che arrivavano da tutte le parti del mondo. Ho sempre vissuto di fotografia e già a 18 anni lavoravo come fotografo nel settimanale di cronaca della Valtellina, una bella palestra perché potevo affrontare tutti i generi di fotografia. La mia vera passione era però la fotografia di viaggio, la stessa dei fotografi che mi avevano ispirato. Mi sono subito però scontrato con la realtà che viaggiare e vivere di fotografia di viaggio era difficile. Nel 2009 decido allora di iniziare ad organizzare viaggi fotografici per appassionati di fotografia in luoghi che conoscevo molto bene, l’idea era quella di offrire situazione ai clienti per portare a casa buone immagini e mettere la mia esperienza. Potevo quindi viaggiare e produrre lavori personali durante i sopralluoghi dei workshop. Da allora ho confezionato 180 viaggi in diverse aree del mondo.

Ti è mai successo qualcosa di strano mentre scattavi una foto, una situazione insolita o qualcosa che ti ha sorpreso?
La situazione che racconto sempre si è verificata in Birmania, nel 2004, il mio primo viaggio importate (lavoro che è stato poi anche pubblicato). Mi trovato nella Pagoda di Yangoon, stavo fotografando un monaco mentre pregava in ginocchio rivolto verso un altare, era di schiena, ma proprio in quel momento si alzò. In qualche modo gli chiesi cortesemente se potesse ripetere il gesto, lui acconsenti, scattata la foto venne verso di me, allungo la mano come per avere una mancia in cambio, ma la mano si abbasso, e con mio grande stupore mi tocco i genitali! Rimasi scioccato sul momento, pensai persino che fosse un’usanza locale! Lui mi chiese di fare altre foto, ma capito il giochino lo salutai senza troppi rimpianti…

Come descriveresti il tuo stile fotografico? Quali sono i fotografi che ti hanno influenzato?
Non so se ho uno stile, non vorrei nemmeno esserne troppo schiavo, diciamo che prediligo inquadrature pulite e attente da un punto di vista formale, l’estetica è per me un’elemento importante, ma non deve essere fine a se stessa. I fotografi con i quali sono cresciuto sono David Alan Harvey, Michael Yamashita, Salgado, di quest’ultimo mi regalarono il mio primo libro fotografico “La Mano dell’Uomo”, che mi appassionò alla documentazione di persone e dei loro mestieri.

Di solito lavori su progetti di lungo corso o ti concentri sui singoli scatti?
Preferisco scattare immagini singole, per me la fotografia deve essere la massima sintesi, nel mio campo, la fotografia di viaggio, di un’immagine vorrei che si percepisse subito il luogo, che evocasse nell’osservatore un viaggio passato, un ricordo, oppure facesse venire voglia di partire. I “progetti” (è un termine che non mi piace e spesso abusato) necessitano di fotografie differenti, fotografie che non dicono tutto, ma che dicono molto se si aiutano le une con le altre. Qui emergono altre capacità di un fotografo, che vanno oltre lo scattare buone foto, ovvero lo scegliere le immagini funzionali alla storia. Ed è una grande capacità!

Potresti descriverci il tuo processo creativo? Come scegli i soggetti delle tue foto / progetti, cosa cerchi di catturare? Cosa cattura di più la tua attenzione? Come ti ispiri?
Fotografare per me è una necessità, la necessita di fissare ciò che sento di un luogo, di una situazione, di un evento. Per spiegarmi, è come se non fotografando non riuscissi ad interiorizzare quelle sensazioni, ne ho bisogno, di qui la necessità. Nelle mie foto vorrei trovare tutte quelle sensazioni, atmosfere, suggestioni, un po’ come avere delle piccole boccette di profumo dai cui sentire ogni tanto le essenze dei luoghi. Vorrei accadesse questo in chi guarda le mie foto.

Parlaci dello scatto più difficile che hai mai realizzato. E quale consideri la tua migliore fotografia / progetto?
L’immagine migliore preferisco pensare che dovrò ancora realizzarla.

Che attrezzatura usi? Passi molto tempo a editare e post-produrre le tue immagini?
Uso un’attrezzatura leggera, cammino molto.
Una prevalentemente una Leica Q quindi con 28 fisso, oppure una Mirrorless (Ora un Canon R6) con 24-70. Preferisco scattare con ottiche vicine al 35mm per avere anche certa coerenza all’interno del lavoro. Non dedico molto tempo all’ottimizzazione delle immagini, lavoro con Lightroom e apporto le normali operazioni di sviluppo raw e conversione quando serve in BN.

Quali sono i tuoi progetti per il futuro? A cosa stai lavorando adesso?
Questo periodo di stallo totale ha bloccato completamente i miei viaggi, il mio progetto futuro è tornare a viaggiare! Ho passato il tempo a editare vecchi lavori, con il passare degli anni si vedono le immagini in maniera differente… Ho qualche idea su nuovi lavori, ma preferisco prima iniziarli e poi di dire di che cosa si tratti.

Che consigli daresti a un aspirante fotografo che volesse trasformare la sua passione in un lavoro, o perlomeno in un’attività svolta in maniera professionale?
Quando ho iniziato io negli anni 90 non c’era internet, ricordo che facevo incetta di tutte le riviste di fotografia nelle edicole, ho imparato così! Ora è tutto molto più semplice, l’arco di apprendimento è più veloce, ma per prima cosa bisogna imparare a vedere, quello è più difficile. Questo per dire che per emergere non basta solo sapere fare belle foto. E siccome rispetto al passato siamo molti di più a fare belle foto è tutto più difficile. Nel mio campo, la fotografia di viaggio era difficile 30 anni fa, figuriamoci ora dove ogni luogo è stato raccontato, serve farlo usando chiavi diverse, cerco di raccontare i luoghi attraverso micro-storie. Ora però internet, il nostro lavoro lo può vedere potenzialmente tutto il mondo. E’ una grandissima opportunità se usata in modo intelligente.
E’ fondamentale capire in quale settore vogliamo specializzarci, vivere di fotografia può essere facile, ad esempio la fotografia di cerimonia, di eventi, più difficile sono altri campi, come il reportage, che forse è la fotografia alla quale tutti aspirano, forse più affascinante. Frequentare una buona scuola può essere utile, ad esempio la neonata Jack London, a Fermo, degli amici Giovanni Marrozzini e Angelo Ferracuti, una scuola con docenti di alto livello e che ti accompagna realmente nel mondo del lavoro. Poi come dico sempre, se una cosa la vuoi davvero, alla fine la ottieni.

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